venerdì 28 maggio 2010

Destiny found

The end. Semplice. Cristallino. Un titolo che è uno spoiler, un finale degno per un capolavoro assoluto di fiction. The end, l'epilogo di un "telefilm" che ha scosso il pianeta come non succedeva dai tempi di Twin Peaks. Un evento per il quale, per la prima volta, buona parte degli italiani cresciuti a pane e Ferruccio Amendola ha deciso di guardare l'ultima puntata senza capirci una mazza, in lingua originale senza sottotitoli. Basterebbe solo questo a dare la giusta dimensione a questa pietra miliare di questo primo scorcio del nuovo millennio.
Non fatevi traviare dalla marea di delusi che impreca sui forum solo perché non ha visto spiegato qualche particolare o perché qualche mistero è rimasto insoluto.
Come per tutte le puntate, come per ogni singola sequenza di quest'opera ci sono fondamentalmente due diverse chiavi di lettura, a loro volta stratificate in diversi piani di comprensione. Fin dai primi episodi Lost non è stato un serial qualunque: ha saputo contrapporre due diverse visioni del mondo facendo sì che le loro incarnazioni, Jack e John, Man of science e Man of faith, potessero confrontarsi su più livelli. Dalla "semplice" modalità di proteggere i losties fino al modo di approcciare the others, passando per altri mille territori di scontro, abbiamo assistito per sei stagioni a qualcosa di epico, fino al bellissimo e catartico finale.
Credo che i delusi siano tutti men of science, alla febbrile ricerca di una didascalia che potesse loro spiegare, per esempio, quali poteri avesse Walt o perché bisognasse inserire i fatidici 4,8,15,16,23,42 alla stazione Swan. Molte, moltissime risposte sono state date, ma questo tipo di spettatori non ha comunque saputo seguire l'esempio di Jack, uomo di scienza per eccellenza, che ad un certo punto è tornato sui suoi passi per compiere una scelta legata al destino, concetto che nelle prime stagioni ripudiava con tutto il suo essere.
E rimangono sordi anche alle raffinate incursioni di teoria quantistica che abbiamo potuto apprezzare soprattutto nella scorsa stagione grazie al personaggio di Daniel Faraday e a quello che di sicuro è uno dei migliori episodi di qualunque show televisivo di sempre: The constant. Tutto si può dire tranne che fossero state inserite dagli autori solo per allungare il brodo. Sì, perché gira in rete una "ricostruzione" secondo la quale Lost sarebbe andato avanti ad inerzia, con gli autori brancolanti nel buio dopo due stagioni, impegnati a mendicare pacchetti di 48 episodi alla abc che voleva invece chiudere la serie. Sembra una tesi assurda, tenuto conto del fatto che nei 114 episodi della serie non riesco ad individuare clamorosi buchi di sceneggiatura, che anzi trovo maledettamente coerente. OK, se il problema è da dove viene la statua con quattro dita dico che posso iopotizzare che l'isola sia stata abitata da diverse civiltà; se un buco di sceneggiatura è rappresentato dal fatto che un brigantino non può arrivare con un'onda anomala fin dentro la giungla, mi arrendo.
Con questo non voglio dire che non ci siano stati cali di tensione, specialmente dopo le prime tre stagioni, ma ritengo che all'interno di un'opera tanto maestosa sia quasi fisiologico.
Bando alle polemiche, le quali comunque hanno rappresentato un altro carattere di unicità di Lost (non si riesce a quantificare il numero blog e forum dedicati; primo show con una partecipazione del popolo del web così massiccia da creare contenuti appositi: ricordate la Lost experience e Find 815?) torniamo a parlare della serie. 
Difficilmente abbiamo visto o vedremo una fiction con una caratterizzazione dei personaggi così articolata e profonda, il finale è stato commovente proprio per questo: chi ha seguito le peripezie dei protagonisti lungo sei anni non può non sentire questi personaggi come una gruppo di amici. Vedere un amico come James (forse il mio personaggio preferito) riabbracciare la sua Juliet e ripetergli la stessa battuta di quando l'aveva persa ti strappa la lacrimuccia per forza. Ho scritto James perché non ha nulla a che vedere con il Sawyer della prima stagione, sono due personalità differenti eppure entrambe amabili. 
Jack, leader che sente il peso di esserlo, John e il suo rapporto speciale con l'isola, l'imperscrutabile Ben, il sorprendente Hugo, Kate, redenta a fine serie dalla sua proverbiale volubilità, per non parlare di Desmond...ognuno di questi personaggi potrebbe essere la punta di diamante di qualsiasi altro serial e invece qui li abbiamo tutti insieme, magistralmente delineati nelle prime tre stagioni e poi messi a sfidare il destino nelle ultime tre. Personaggi di tale spicco meritavano attori capaci di interpretarne ogni sfumatura, e così è stato (fatevi un favore: guardatelo in lingua originale qualora non l'abbiate già fatto): Terry O'Quinn e Michael Emerson li metto prima di tutti, ma è difficile trovare qualcuno non all'altezza della situazione, tanto nel nucleo originario quanto nei characters inseriti in corso d'opera.
The end. Lost comincia con un occhio che si apre e termina con un occhio che si chiude, il "motto" della serie potrebbe essere live together, die alone, ma nell'ultima puntata scopriamo quanto sia falso. Nella sua complessità Lost ci ha fatto riflettere su cose semplici, ma tutt'altro che banali: amore, fedeltà, amicizia, sacrificio. E per questo è stata un'esperienza unica che ci mancherà terribilmente.

3 commenti:

  1. Complimenti Drugo: secco, chiaro e conciso.
    L'unica cosa su cui mi sento di obiettare è il colore del testo :)

    RispondiElimina
  2. ...che non so perchè ALLA (non) vedevo girgio scuro su sfondo nero.

    RispondiElimina
  3. Sono d'accordo...

    RispondiElimina